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Pioggia, vento e neve (ma poco ghiaccio) sulle Alpi quando transitò Annibale

Le imprese storiche sulle Alpi.

In primo piano - 19 Luglio 2016, ore 12.47

Il passaggio di Annibale sulle Alpi con gli elefanti avvenne nel 218 a.C: passò attraverso il Monginevro (secondo Livio, Sir Gavin de Beer, Gibbon, De Sanctis, Dennis Proctor) o sul Moncenisio (secondo Polibio, Napoleone Buonaparte).

La traversata colse di sorpresa i Romani sia perché gli elefanti erano bestie praticamente sconosciute in Europa, sia perché l’impresa aveva del leggendario.

L’obiettivo di Annibale era arrivare in Italia prima dell’inverno; arrivò alla sommità del passo sulle Alpi “nel momento in cui tramonta la costellazione delle Pleiadi”, quindi nell’ultima decade di ottobre, circa un mese dopo l’equinozio d’autunno.

All’epoca passare le Alpi era possibile in pochi punti, il Brennero, il Piccolo San Bernardo ed il Monginevro (dove già erano passati i Galli per attaccare Roma, ad esempio l’attacco spesso ricordato come quello delle “oche del Campidoglio” è del 360 a.C.). La marcia fu senza dubbio dura (si doveva salire oltre i 2000 m), gli uomini ed animali già avevano percorso 1500 Km in quattro mesi, il percorso fu inoltre ostacolato dalla pioggia violenta e gelida, da venti impetuosi, dalla neve già caduta in settembre ed ottobre e dagli attacchi di alcuni gruppi locali.

Sul valico Annibale secondo Polibio arrivò con soltanto 26mila uomini, 20mila fanti e 6mila cavalieri. Dei centomila partiti dalla Spagna, in sessantamila superarono i Pirenei, in cinquantamila superarono il Rodano per presentarsi alle pendici delle Alpi. Nella traversata quasi ventimila persero la vita (qualcuno degli storici ritiene falsato il numero delle persone partite dalla Spagna mentre sarebbe più corretto quello finale sulle Alpi).

I 37 elefanti al seguito, passarono le Alpi raffreddati ed ansimanti da far spavento, ma tutti riuscirono a far scavalcare alle proprie cinque tonnellate la barriera delle Alpi. Però la loro vita durò poco, prima che l’anno finisse tutti morirono una volta arrivati alla pianura e all’inverno. Tutti escluso uno che rimase come superstite simbolico dell’impresa. Quando a fine novembre Annibale avanzò lungo la Valle del Po il clima era di tipo autunnale, salvo le nebbie notturne e qualche piovasco, l’aria fu percepita come ancora tiepida.

Ma come era il clima in Italia all’epoca di Annibale? Secondo il generale inglese, Sir Gavin de Beer, che passò l’intera vita a studiare le mosse di Annibale sulle Alpi “la temperatura era forse un po’ più calda ma certamente non più fredda dei giorni nostri”.

Dopo Annibale, per rivedere un elefante in Europa, sembra che occorrerà attendere il 799 d.C. quando un esemplare fu portato ad Aquisgrana come dono del califfo Harun-el-Rascid di Bagdad al Re dei Franchi Carlo Magno (dono al quale seguì la consegna delle chiavi del Santo Sepolcro). I fasti di Roma furono accompagnati da un clima generalmente mite, alcuni storici indicano proprio nel peggioramento delle condizioni meteorologiche una delle cause principali della decadenza dell’impero. (Altre furono ad esempio: l'inquinamento da piombo) 

E’ il caso dello storico inglese Edward Gibbon (1737-1793) nel suo testo “La storia della decadenza e caduta dell’impero romano”, ove si descrive il fattore climatico e l’incremento sensibile delle piene del Tevere (che resero in alcuni periodi non sicura la città e spinsero molti ad abbandonarla). Fu probabilmente un peggioramento climatico a spingere i barbari verso i confini di Roma.


Autore : Fabio Malaspina, adattamento Alessio Grosso

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