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Come si forma un TERREMOTO?

Cerchiamo di capire che cosa scatena il fenomeno forse più distruttivo che la natura può vantare.

In primo piano - 24 Agosto 2016, ore 08.30

In molte aree del nostro Pianeta, compresa purtroppo l’Italia, si convive con un rischio sismico più o meno marcato; in queste zone, la terra è soggetta periodicamente ad oscillazioni e fratture che danno origine ai terremoti.

Per capire come può originarsi un terremoto bisogna esaminare la Terra al suo interno. Lo strato superficiale, che ha spessore variabile a seconda della presenza o meno di catene montuose, è chiamato crosta terrestre.

La sua copertura è abbastanza uniforme, ma in alcuni punti sono presenti fratture che delimitano porzioni di crosta, chiamate placche.

Al di sotto della croste terrestre è presente il mantello, formato da roccia fusa e magma. Le placche che delimitano la crosta, avendo una densità minore del mantello, tendono a galleggiarci sopra, esattamente come gigantesche zattere.

Al centro del nostro Pianeta abbiamo invece un nucleo solido, circondato da metallo fuso in continuo movimento.

Da questa analisi molto semplicistica si può già dedurre che la Terra non è un pianeta inerte, ma risente di periodici movimenti dovuti al galleggiamento delle placche sul mantello. Tra una placca e l’altra esistono, come accennato, alcune fratture chiamate faglie, principali responsabili dei terremoti sul nostro Pianeta.

Come si originano le onde sismiche? Negli ultimi anni è stata proposta la teoria dello slittamento dei filamenti: due placche, che si muovono in direzioni contrarie, tendono ad accumulare un notevole quantitativo di energia potenziale scaturita dall’attrito che tali placche compiono per potersi muovere.

Maggiore è l'attrito tra le placche, maggiore sarà lo sforzo per il loro movimento e di conseguenza l'energia accumulata al loro interno. 

Lo sforzo può durare anche parecchi anni, se non decenni. Successivamente si arriva al momento X in cui tale energia non può più essere sopportata e da qualche parte si crea una frattura. In questo modo tutta la tensione accumulata nel corso del tempo si libera improvvisamente, facendo letteralmente scuotere il terreno. Ecco il terremoto!

Lunghi periodi di inattività sismica in zone ad alto rischio possono quindi indicare un accumulo di tensione che in un primo tempo non viene dispersa, ma che può disperdersi in un secondo momento con un terremoto particolarmente distruttivo.

I due esempi classici in Italia sono il terremoto dell’Irpinia e quello che ha colpito l’Umbria e le Marche. Nel primo caso ci fu la liberazione di tutta la tensione accumulata con un’unica scossa particolarmente distruttiva.

Nel caso del terremoto in Umbria, invece, le tensioni presenti nelle faglie si sono liberate poco a poco, con una serie di scosse più deboli, ma con una sequenza che è durata mesi.

Nel terremoto dell'Aquila vi è stato invece uno sciame sismico che ha preceduto la scossa più violenta, ma non sempre piccole scosse preannunciano un sisma di grossa portata. Dopo uno sciame sismico può anche non accadere più nulla per un lungo periodo.

Si possono prevedere i terremoti? Sicuramente si può ipotizzare, in una zona ad alto rischio sismico, che prima o poi un altro terremoto colpirà quel settore, ma non si potranno mai conoscere l’esatto momento e l’intensità del sisma. Gli studi sulla fuoriuscita di gas RADON dal sottosuolo prima che un eventuale sisma si verifichi sono comunque importanti e andranno completati nel corso dei prossimi anni.


Autore : Paolo Bonino

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