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22 Ottobre 2009, ore 10.06
Quando la paura viene dal mare: il Mediterraneo e i suoi "cicloni"
Sono i fratelli minori di quelli veri e propri che si scatenano ai tropici. Se ne formano in media due o tre all'anno e, in alcuni casi, arrivano a sprigionare la potenza di un vero e proprio uragano della categoria 1.
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Il piccolo ma insidioso TLC del 15 gennaio 1995 al largo dello Jonio. Fonte NOAA. Come si sviluppano questi piccoli mostri? La fase iniziale prevede l'approfondimento di un normale centro depressionario delle medie latitudini, spesso esaltato nei bassi strati atmosferici dall'azione imposta dalle catene montuose che cingono il Mare Nostrum e che ne favoriscono l'ulteriore sviluppo. Concorrono poi anche la vorticità, che si prende cura del tiraggio verticale dell'imbuto su indicazioni della corrente a getto, e lo squilibrio termodinamico tra i flussi caldi che vi entrano dai bassi strati sul lato anteriore e quelli freddi che si sovrappongono in quota da quello posteriore. Il passo successivo prevede il distacco del vortice dalla saccatura madre e il suo isolamento sulle acque del mare. A questo punto ci troviamo però di fronte ad un normalissimo cut-off, una generica "goccia di aria fredda" come tante. E' vero, ma non abbiamo ancora introdotto in fattore scatenante, la marcia in più che questo sistema potrebbe acquisire. Se ci troviamo tra agosto e dicembre come avviene di norma per tutti gli altri uragani, ma soprattutto nel periodo autunnale, le temperature del nostro mare sono potenzialmente determinanti per la successiva eventuale degenerazione del sistema. Secondo i diversi studi condotti in materia, e pubblicati da svariati autori, acque con temperature superficiali comprese tra 23 e 27°C sono l'ideale affinche il vortice inizi ad auto-alimentarsi. Questo avviene grazie a due meccanismi: il primo prevede che i flussi di calore sensibile e latente in ingresso nel cono vorticoso prendano il sopravvento sulle altre correnti; il secondo prevede che il processo di condensazione delle imponenti masse temporalesche ruotanti attorno al minimo, con pescaggio caldo-umido diretto dalla superficie calda del mare, contribuisca a iniettare una ulteriore quantità di energia sotto forma di calore, il calore latente di condensazione. E' lo stesso identico meccanismo dei cicloni tropicali. Ecco dunque che il nostro mostricciattolo è degenerato diventando un TLC, ossia un Tropical Like Cyclone, un ciclone mediterraneo simil-tropicale. Nel comparto italiano, le zone più battute sono i Canali di Sardegna e di Sicilia, il medio-basso Tirreno e lo Jonio. Se visto dal cielo la nostra trottola, come tutti i cicloni che si rispettino, si mostra in tutta la sua simmetria spiraliforme che ruota minacciosamente in senso antiorario; laddove la potenza della struttura sia massima, si potrebbe addirittura individuare il classico "occhio" centrale attorno al quale ruotano le masse nuvolose. Ora il suo cuore, inizialmente colmo di aria fredda, è diventato caldo, soprattutto alle quote medio basse della troposfera. Le dimensioni di queste autentiche bombe mediterranee non superano i 250-300km di diametro. Tutto sopravvive fintanto che la trottola non finisce per impattare la terraferma, dove le temperature improvvisamente più basse, tagliano i vitali rifornimenti marittimi di energia e calore. Le zone interessate subiscono pesanti nubifragi, alluvioni lampo e, a volte, anche venti tempestosi. L'attrito però mina inevitabilmente la sua struttura. La spirale cede di schianto. E ' la fine del nostro ciclone mediterraneo. Che paura, ma anche che spettacolo!
Luca Angelini
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